Floris chiede un tavolo comune con il ministro Franceschini e i lavoratori per affrontare il riconoscimento e la tutela delle professionalità degli artisti lirici

Si sono ritrovate in una cinquantina di persone, martedì mattina,
appartenenti a enti e fondazioni liriche, insieme a giornalisti qualificati,
collegati via Zoom per mettere in fila le criticità di un mondo, quello del
teatro, che sta implodendo nella crisi che l’ha avvolto con lo scoppiare della
pandemia.

Dopo l’appello di Riccardo Muti di qualche giorno fa, è toccato a
Onofrio Cutaia, direttore generale dello Spettacolo dal Vivo del MiBACT,
Anna Maria Meo, direttrice del Teatro Regio di Parma e Festival Verdi,
Francesco Giambrone, sovrintendente del Teatro Massimo di Palermo,
Luciano Messi, sovrintendente dello Sferisterio di Macerata e Gianluca
Floris, presidente di Assolirica, condividere la sofferenza delle istituzioni
culturali, individuandone le cause nel virus e in una serie di problemi
pregressi che vanno dai teatri chiusi alla mancanza di programmazione.

“Dopo l’entusiasmo estivo assistiamo a un incremento preoccupante dei casi di coronavirus, che sta mutando gli umori del pubblico e degli operatori – attacca Anna Maria Meo per Festival Verdi – Installando barriere di plexiglas abbiamo portato la capienza degli spazi a 600 posti, un modo per dimostrare che il teatro è sicuro. Ma dobbiamo guadagnare una percezione non accessoria del palcoscenico e affrontare professionalmente le difficoltà. Dire che il teatro non è intrattenimento, è cultura. Strutture più
piccole, che hanno patito più di altre i danni della pandemia, non
riuscirebbero a contabilizzare un nuovo stop. Il nuovo DPCM non prevede
altre chiusure generalizzate, inoltre il decreto parla di possibili deroghe che
possono essere trattate dalle regioni”.

Tutto tranne una nuova quarantena dello spettacolo. Questo, anche, l’avviso di Giambrone del Massimo di Palermo: “Noi abbiamo riaperto subito dopo il lockdown, pensando che la cultura fosse un pezzo importante della ripartenza del Paese. Lo abbiamo fatto nei confronti dei lavoratori, degli artisti, delle comunità, del pubblico”.

La previsione di programmare tre mesi per tre mesi, però, non alletta nessuno. “Siamo ripartiti gettando il cuore oltre l’ostacolo – prosegue
Giambrone – Lo Stato ci ha fornito gli ammortizzatori sociali, ma non c’è da
meravigliarsi se la Scala non stacca abbonamenti, non si è in grado di
presentare una programmazione per il 2021, questo è il punto. Siamo in una situazione oggettiva di crisi, nessun teatro è chiuso, ma non si vive senza botteghino. Siamo aperti e facciamo di tutto per essere luoghi sicuri, ma siamo ancora senza deroga: ciò significa 200 posti disponibili attuali, con una previsione di 400 con deroga alla mano, a fronte di 1330 posti totali”.

La voce di Messi, dallo Sferisterio di Macerata, non è meno allarmante: “Per l’inverno disponiamo di un piccolo teatro, con 450 posti, che potremo
occupare nel numero di 168 sedute. Lo snodo vero risiede nella sostenibilità
logistica di tutti gli spazi, inoltre ci sono altre pertinenze, come le sale di
prova. Il problema è vedere se reggeremo economicamente. A ciò si
aggiunge la programmazione, ovvero quale possa essere oggi la
programmazione di una stagione per il 2021”.

Fin qui, logistica, bilanci e teatro. E ai cantanti chi ci pensa ? “L’opera lirica per essere tutelata deve andare in scena – interviene Gianluca Floris di Assolirica – Non stiamo parlando di una statua come il ratto di Proserpina. La riduzione di lavoro non interessa soltanto i cantanti, ma interi team creativi. Dobbiamo porci tutti un problema di assunzione di responsabilità istituzionale, oltre al fatto che in Italia manca una vera regolamentazione della professione. Noi siamo 450 iscritti, perciò pochissimi, però senza di noi non si va in scena. Abbiamo anche assistito alla modificazione degli spettacoli da opera a concerti, con l’esclusione dei team creativi. Abbiamo la grossa responsabilità di pensare alle nuove generazioni, di mettere insieme il pranzo con la cena”.

“Il 2021 sarà un anno di passaggio, il decreto Cura Italia lo dice già – spinge
Onofrio Cutaia – Sono previste tutele per i teatri ed enti dello spettacolo e
purtroppo non basterà, ci troveremo in una situazione molto complicata.
Molte dei problemi che stiamo affrontando oggi fanno parte di criticità che
dovevamo affrontare con dei correttivi prima ancora dell’emergenza Covid.
Il Ministero però, in questo non è controparte, siamo partecipi di questo
travaglio. C’erano già cose da cambiare, come ad esempio le tutele dei
lavoratori. Punti concreti e chiari, come il rapporto tra fondazioni e artisti:
è inconcepibile che ci siano contratti in cui il lavoratore viene pagato solo
se si fa la prima recita e tutto quanto fatto prima non viene tutelato.Oggi è
arrivato il momento di verificare come ma il tema va affrontato a partire
dalla legge del 2017, alla quale vanno fatti decreti attuativi sulla parte che
riguarda il lavoro. Ma il nervo è scoperto, ne siamo consapevoli”. 

“Chi ha le masse artistiche stabili può concepire modalità, repertori, produzioni per garantire una stagionalità continua, in metodi non consueti – suggerisce Meo – E si può pensare a una modifica dei contratti, garantendo sia gli artisti sia le istituzioni”.

“Sarà nostra responsabilità rimanere aperti, in maniera flessibile – propone Messi – Non solo nel luogo fisico di elezione, ma nella comunità. Non dobbiamo farci scoraggiare dall’inverno, dobbiamo portare il teatro al pubblico”.

Perché il teatro, emerge nel dibattito, “non è il posto per tre signore
impellicciate al sabato sera, ma deve essere di tutti, in quanto luogo della
cultura, e lo Stato ha il dovere di garantirlo”.
“Attenzione, però – chiosa Cutaia – occorre un altro interlocutore, il
Ministero del Lavoro”.

La partita, dunque, è apertissima.

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