Sono stati decenni di smobilitazione e di lenta ma costante distruzione di quello che era uno dei patrimoni culturali italiani riconosciuti dall’universo mondo: l’Opera Lirica.

Da sempre, dalla seconda metà dell’ottocento, l’Italia è stata riconosciuta dovunque per i suoi patrimoni artistici: la pittura, la scultura, l’architettura, la musica e, segnatamente, l’Opera Lirica.

L’Opera faceva parte appieno di quello che era il “Brand Italia”, come si dice oggi. Non c’era produzione cinematografica hollywoodiana, opera letteraria o piéce teatrale che non prevedesse, nell’ambientare una o più scene relative a un personaggio di origini italiane, l’allusione a una scena d’opera o dove magari il protagonista o la protagonista non cantassero un brano tra i più famosi del nostro repertorio.

Addirittura negli ultimi decenni abbiamo più volte partecipato a eventi operistici in Paesi lontani dalla nostra cultura e tradizione, che utilizzavano l’Opera per meglio “vendere” marchi del nostro export, in una sinestesia che facesse dialogare, ad esempio, grande tecnologia, design, fashion e opera lirica.

Insomma l’Opera Lirca è stata sinonimo di Italia sino, diciamo, al 1996. Da quell’anno è iniziato lo smantellamento e la distruzione del nostro patrimonio culturale più conosciuto e riconosciuto. In ventiquattro anni abbiamo buttato nell’indifferenziata generazioni di interpreti, direttori, registi, scenografi, costumisti, coreografi, attrezzisti, parrucchieri, sarti, truccatori e quant’altro fosse necessario per mettere in scena un’Opera Lirica: lo spettacolo teatrale più complesso tra tutti.

Perché dal 1996? Perché in quell’anno fu emanata la legge che iniziò a distruggere il nostro patrimonio. Con quella legge (la n.367 del 1996) lo Stato mise in atto un disegno scientemente distruttivo perché venivano abbandonate di fatto le Opera House italiane (gli ex Enti Lirici, appunto) al loro destino, con un intervento dello Stato che si ridusse di anno in anno sino a diventare del tutto insufficiente per la gestione sana dei nostri teatri. Per di più fu introdotta la 367 senza nemmeno prevedere strumenti di defiscalizzazione (arrivate solo anni dopo, quando i buoi erano oramai fuggiti e le stalle bruciate) e senza nemmeno preoccuparsi di dotare le nuove Fondazioni di classi dirigenti attrezzate per gestire la nuova prospettiva manageriale di dritto privato dei soggetti istituiti.

Questa legge permise così allo Stato di non curarsi più di fatto della salute del Patrimonio immateriale dell’Opera Lirica (ci sono dei dettagli tecnici ma la sostanza è questa) ma anzi di demandarne la cura ad un fantomatico “privato”, concepito come panacea o pozzo di San Patrizio. Il piano chiaramente non riuscì e nei lustri le Fondazioni accumularono debiti su debiti con bilanci sempre più disastrosi. Ovviamente la legge funzionò solo per l’unica Fondazione che aveva un appeal per gli investitori privati: La Scala di Milano. Tutti gli altri, chi più o chi meno, pian piano non riuscirono a pagare artisti e fornitori e si sono avvitati nelle situazioni che oggi vediamo e che parlano da sole: anni di arretrati da pagare, contratti cancellati e nessuna programmazione triennale seria e concreta.

Lo Stato, nella persona del Ministero, non si è poi limitato a defilarsi pian piano nascondendosi verso progressive riduzioni delle contribuzioni (Fondo Unico dello Spettacolo inferiore alla contribuzione pubblica per i soli teatri di Berlino), ma sostanzialmente ha avallato una caduta vertiginosa verso il basso della qualità della governance delle Fondazioni, permettendo nomine di personaggi completamente digiuni di management artistico, completamente digiuni di competenze gestionali e amministrative, pensionati provenienti da paesi lontani ai quali si permette di venire a concludere da anziani la loro dorata pensione non italiana fregiandosi di un bell’ufficio in un ex grande teatro italiano o di soggetti cari ai vari sindaci per ragioni di bottega locale. Tra i disastri compiuti da quella legge ci fu infatti l’aver nominato i sindaci Presidenti delle Fondazioni Lirico Sinfoniche nel cui Comune si trova il Teatro.

Avete notato come io non abbia voluto parlare qui dei problemi che l’emergenza COVID-19 ha causato al nostro settore e non ne ho voluto parlare perché davvero ritengo che i problemi della pandemia siano la logica conseguenza della distruzione sistematica dell’Opera Lirica che lo Stato ha messo in opera scientemente, con un disegno che – dal punto di vista dell’interesse pubblico – potrebbe essere iperbolicamente definito “criminale” da chiunque avesse a cuore il ruolo della Cultura nell’educazione permanente dei cittadini in Democrazia e che concepisse i suoi luoghi come “presìdi democratici”.

Lo Stato ha fatto con l’Opera Lirica quello che non fa con, ad esempio, ii suoi siti archeologici. Cosa direste se lo Stato da oggi dicesse: “bene, se i Fori imperiali non riescono a reggersi con restauri e manutenzioni attraverso i soli biglietti di ingresso, per me potete chiudere”. Cosa direste se d’improvviso tutto il patrimonio archivistico e bibliotecario che lo Stato possiede venisse distrutto, salvo che per quelle biblioteche o archivi che dimostrino di saper stare sul mercato?

Perché con l’Opera Lirica è successo esattamente questo. Il patrimonio dell’Opera (come tutto il patrimonio musicale) per essere tutelato può solo essere rappresentato. Se un’opera non viene messa in scena, scompare. E invece (ecco il capolavoro) lo Stato dal 1996 ha deciso che l’Opera Lirica Italiana non è “Patrimonio culturale immateriale identitario nazionale”, ma semplice “intrattenimento” o “spettacolo dal vivo”.

Ecco che si è creato l’alibi per ritirarsi dal ruolo di tutela e al contempo ha potuto derubricare la gravità del gesto con il fatto che si tratta solo di “intrattenimento”.

Dulcis in fundo la distruzione statale dell’Opera Lirica sta provocando l’eclissi delle professionalità artistiche e tecniche italiane che per secoli sono state le depositarie della tecnica, dell’arte dell’interpretazione, della prassi esecutiva e che venivano riconosciute nel mondo per questo.
Da tutto il mondo si veniva a studiare Bel Canto in Italia, dovunque al mondo si studiava l’taliano perché la lingua dei nostri libretti d’Opera famosi in tutto il mondo.

Ora i nostri giovani hanno capito di non avere nessun futuro in Italia e cercano, chi può, di trovare un Paese straniero dove crescere artisticamente. Altri giovani semplicemente stanno cercando altri mestieri perché hanno bisogno di vivere e di mettere insieme il pranzo con la cena, e in Italia questo non si può più fare.

I nostri cantanti italiani affermati invece vengono umiliati in patria perché le Fondazioni Lirico Sinfoniche in gran parte preferiscono cantanti stranieri, magari di grido, magari solo di urlo, piuttosto che farsi carico della tutela anche del patrimonio rappresentato dai nostri interpreti.

Quindi l’Opera Lirica Italiana è assediata da un lato dallo Stato che vede il suo ruolo di tutore come un fastidio da ridurre, dall’altro dalle stesse Fondazioni che non si occupano di tutelare il grande patrimonio degli interpreti e dei team creativi italiani (regie, scene, costumi, ecc) un tempo punto di riferimento per il mondo intero.

La lirica è in crisi ma – giova ricordarlo – solo in Italia. Nel resto d’Europa le situazioni sono differenti perché gli stati nazionali non pensano a distruggerla.

Questo accade solo da noi in Italia, sia chiaro. È pur vero che nel mito si tende a divorare quello che si ama in un atto che è da un lato istinto neonatale e dall’altro rito cannibalico, ma quello che lo Stato ha fatto al nostro settore è segare uno dei rami dove stiamo tutti, legati da un destino di comunità.

C’è sempre tempo per cambiare rotta, anche se oramai la Lirica per i prossimi vent’anni parlerà slavo, tedesco e americano, non più italiano. Ma non può essere una scusa per non dire le cose come stanno e per non contribuire a cambi di rotta urgenti. Urgentissimi.

Gianluca Floris

Rassegna Stampa: AVANTICONNESSI ALL’OPERA